Vi aspettiamo numerosi.
Charles Lloyd sul Corriere della Sera
Anche Milano ha il suo festival estivo che esibisce la parola jazz e poi propone un'indigestione di pop e rock. Con la scusa che tanto lo fanno anche gli altri (una volta ai bambini si poteva almeno replicare: «Ma se Pierino si butta nel pozzo, ti butti anche tu?») e con l'aggravante che il jazz-jazz, su 23 concerti, non supera a voler essere generosi il 40 per cento. Per fortuna ci sono alcuni nomi davvero buoni, che speriamo diano al grande pubblico la misura della differenza fra musiche così piattamente accatastate.
Come il vecchio Charles Lloyd, che dall'alto delle sue settanta primavere apre domani sera la serie dei grandi nomi, affiancato peraltro da tre giovani che dimostrano l'ottima salute del jazz attuale. Sassofonista, flautista e più in generale polistrumentista, Lloyd è una figura atipica della scena musicale contemporanea. La sua fama risale a metà degli anni Sessanta, quando (dopo aver militato in gruppi à la page come quelli di Chico Hamilton e di Cannonball Adderley, si costruì un quartetto su misura per la propria musica che da un lato guardava alle aperture free di John Coltrane, dall'altro alle nascenti tendenze psichedeliche giovanili: non a caso il suo fu il primo gruppo a essere ospitato al Fillmore West, «tempio» del pop californiano.
Ma Lloyd si mostrava anche ottimo talent scout: quel gruppo era completato da tre giovanotti che si chiamavano Keith Jarrett, Cecil McBee e Jack DeJohnette. Fin troppo esposto mediaticamente, Lloyd conobbe una fase oscura dalla quale riemerse (dopo aver collaborato perfino con i Beach Boys) negli anni Ottanta. Al suo fianco, un altro giovane prodigio del pianoforte: Michel Petrucciani. Da allora il sassofonista ha imboccato quella che potremmo chiamare la sua lunga fase matura: guida gruppi sempre ricchi di formidabili personalità (per limitarci ancora ai pianisti, si sono succeduti nel tempo Bobo Stenson, Brad Mehldau, Geri Allen), ha inciso (soprattutto per Ecm) dischi molto suggestivi, ha focalizzato una precisa logica esecutiva nella quale la sua pronuncia sempre un po' sfuggente, polverosa, suggestiva come una bella fotografia un po' sfuocata alterna toni declamatori e afflati spirituali. La ritmica è la stessa del recente album «Rabo de Nube»: Jason Moran è un pianista di gran rilievo, di quelli che stanno scrivendo la storia dello strumento; Reuben Rogers è un sontuoso contrabbassista; il colorito Eric Harland uno dei batteristi più richiesti della scena attuale.
MILANO JAZZIN' FESTIVAL Arena Civica, viale Byron 2


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