Craig Harris God's Trombones - Domenica 14 Dicembre


Grande appuntamento x la Moonlight Records. Domenica 1 dicembre alle ore 11.00 saremo ospiti della manifestazione Aperitivo in concerto in occasione del concerto di Graig Harris. Si tratta di una prima europea prodotta e ideata da Craig Harris
in persona con la regia di Beth Herron mentre le coreografia sono a cura di Sandra L. Burton. La formazione che si presentera' la mattinata di domenica al manzoni sara' di tutto rispetto con alle voci Gina Breedlove, LaTanya Hall, Trent Kendall, Kevin Anthony, ai tromboni Craig Harris Curtis Fowlkes, Gary Valente, Alfred Patterson, tuba Bob Stewart, euphonium Joe Daley, tastiere Adam Klipple, batteria Tony Lewis, ed infine la ballerina Chanon Judson

“Aperitivo in Concerto” si congeda dal 2008, Domenica 14 dicembre, alle ore 11.00, presso il Teatro Manzoni di Milano (via Manzoni, 42), con la prima europea e l’unica data italiana di God’s Trombones, uno straordinario spettacolo-concerto ideato da uno fra i più innovativi esponenti della musica improvvisata africana-americana dei nostri tempi, il trombonista Craig Harris. Irromperà sul palcoscenico del Teatro Manzoni un vero e proprio coro di tromboni, voci e strumentisti ispirato dalle cosiddette “shout band” (i gruppi di ottoni che fra gli anni Venti e gli anni Trenta accompagnavano le cerimonie religiose degli africani-americani nella Carolina del Sud) e a God’s Trombones: Sermons in Verse, testo in cui James Weldon Johnson (poeta, saggista, narratore, musicista e intellettuale africano-americano, protagonista della cosiddetta Harlem Renaissance) cerca di ricostruire in versi l’enfasi ritmica e retorica dei predicatori religiosi neri del Sud degli Stati Uniti. Harris realizza un trascinante spettacolo che ci riporta in modo entusiasmante alle radici del jazz, degli spiritual e del gospel, grazie anche ad una schiera di eccezionali solisti, fra cui spiccano i trombonisti Curtis Fowlkes e Gary Valente, il grande Bob Stewart alla tuba e Joe Daley all’euphonium.
Eccezionale è il cast vocale, con una serie di cantanti che oggi rappresentano il meglio della scena di Broadway.


CRAIG HARRIS
Il trombonista Craig Harris si afferma definitivamente sulla scena musicale internazionale nel 1976: egli mostra di saper condensare nel suo solismo l’intera storia del trombone nel jazz, dal gutbucket di New Orleans fino all’espressionismo della nuova improvvisazione, passando attraverso la limpida ed efficace articolazione della scuola di J. J. Johnson. Al tempo stesso, questa capacità di condensare in modo omogeneo un numero impressionante di esperienze viene concentrata in un’attività compositiva di crescente rilievo, il cui fine ultimo è arricchire e aggiornare il continuum africano-americano. Negli ultimi quindici anni Harris ha creato e presentato un numero impressionante di lavori multimediali, con la collaborazione dei più significativi protagonisti della scena musicale di New York; a tale scopo ha fondato la Nation of Imagination Inc., un’associazione non-profit dedita alla produzione di progetti multimediali su vasta scala, nonché all’educazione musicale e alla produzione di progetti ideati da giovani artisti emergenti. Nascono così collaborazioni con il poeta Sekou Sendiata (The Circle Unbroken Is a Hard Bop) e un’opera di rilievo (1994) come Lost in Translation, realizzata con la collaborazione della coreografa Marlies Yearby e del chitarrista Vernon Reid e co-prodotta dal Next Wave Festival di Brooklyn e dall’American Center di Parigi. Nello stesso anno nasce Return of Elijah, presentato nel 1996 e dedicato alla rievocazione della schiavitù degli africani-americani negli Stati Uniti. Nel 1997 Harris, con la collaborazione del grande poeta e drammaturgo Amiri Baraka, presenta Remembering We Selves, un tributo alla cosiddetta Harlem Renaissance. Nel 1998, Harris assume la direzione artistica del Tongues of Fire Choir, creando un sestetto strumentale con cui collaborano, fra gli altri, Nona Hendrix, Quincy Troupe, Amiri Baraka e Regina Carter. Nasce al contempo il progetto Udu, rievocazione drammatica dello schiavismo in Mauritania e prende vita una trilogia multimediale, da poco completata, dedicata a Muhammad Ali (Brown Butterfly), James Brown e Tina Turner, finanziata e prodotta da una serie di istituzioni di rilivo come la Rockefeller Foundation e la Warhol Foundation.
Harris si dedica inoltre ad una serie di compagini strumentali, con cui approfondisce il concetto improvvisativo del Canone africano-americano: Tailgaters Tales, Nation of Imagination, Slide Ride, un gruppo di tromboni di cui fanno parte anche Ray Anderson, Joseph Bowie e Gary Valente.
Nato nel 1953 a Hempstead, Long Island, Harris studia presso la State University of New York, sotto la guida del polistrumentista Makanda Ken McIntyre. Si trasferisce a New York nel 1978, affermandosi come uno fra i protagonisti della nouvelle vague di strumentisti come Ray Anderson, Joseph Bowie, Gorge Lewis. Dopo un periodo di due anni nella Sun Ra Arkestra, a fianco di uno dei suoi insegnanti e mentori, il baritonista Pat Patrick, inizia una collaborazione con il celebre pianista e compositore Abdullah Ibrahim. Seguono partecipazioni a gruppi guidati da David Murray, Don Pullen, Beaver Harris, Lester Bowie, Sam Rivers nonché un sodalizio artistico con la grande cantante Lena Horne. Non vanno inoltre dimenticate le collaborazioni con Jaki Byard, Warren Smith, Henry Threadgill, Olu ara, Cecil Taylor, Hamiet Bluiett, Joseph Barman, Don Moye, Muhal Richard Abrams, Mal Waldron, Jay McShann, The Dells, The Four Tops, Eddie Kendricks e altri ancora.

GINA BREEDLOVE
Eccellente cantante versata in più generi, Gina Breedlove dispone di mezzi vocali impressionanti. Fra le protagoniste di applauditi musical come Sophisticated Ladies e Sheila’s Day, s’è imposta nel personaggio di Sarabi in uno spettacolo di rilievo come The Lion King. Ha inoltre collaborato con artisti quali Toshi Reagon (curatrice, fra l’altro, della parte musicale di un lavoro come The Temptation of St. Anthony di Bob Wilson), Martha Redbone, Morley. Per anni ha inoltre fatto parte dei gruppi vocali di Phyllis Hymam, Harry Belafonte, Ani DiFranco, Ronny Jordan, Sekou Sendiata, Marc Anthony Thompson.

LATANYA HALL
La cantante LaTanya Hall, fra le principali voci della musica africana-americana, dopo un iniziale periodo di studi ed esperienze che l’ha vista anche eletta Miss Colorado, s’è affermata nel mondo musicale come accompagnatrice vocale di artisti quali Diana Ross, Aretha Franklin, Patti Labelle, Harry Belafonte e Bobby McFerrin, oltre ad essere protagonista in un nutrito numero di musical a Broadway.
Cresciuta in Texas e in Colorado, la Hall inizia ad esibirsi professionalmente all’età di tredici anni, collaborando inizialmente con il padre, pianista versato nel jazz. Pluripremiata per le sue eccezionali doti vocali, è stata protagonista di molti spettacoli e serial televisivi, fra cui Law and Order.


TRENT KENDALL
Eccellente attore, produttore e cantante, affermatosi sia a Broadway che a Hollywood, Trent Armand Kendall ha a lungo collaborato con la nota cantante e attrice Cher ed è stato apprezzatissimo protagonista in alcuni fra i più importanti musical di Broadway degli ultimi anni: The Color Purple (con Oprah Winfrey), Lil' Abner, Diva Diaries, Into The Woods di Stephen Sondheim, Bat Boy the musical, The Wizard of Oz (con Mickey Rooney), Children of Eden, Smokey Joe's Café', Hey, Mr. Producer!, Handful of Keys, Five Guys Named Moe, Joseph and the Amazing Technicolor Dreamcoat (con Donny Osmond), Porgy and Bess.
Ha di recente inciso come solista, per la nota casa discografica Dress Circle di Londra, specializzata nel mondo del musical: Introducing Trent Kendall, So Much To Say.
Ha prodotto spettacoli di successo come Picture Incomplete, Just Take It All Off, A Joyful Noel e Louis & Ella- a heavenly revue.

KEVIN ANTHONY

Kevin Anthony, formatosi alla Duke Ellington School of Arts di Washington è un vero e proprio veterano dei palcoscenici teatrali americani. Da oltre vent’anni egli s’è affermato come attore, intrattenitore e cantante, esibendosi sia in tutti gli Stati Uniti che in Europa (dove s’è esibito più volte, sia a Londra che per le truppe americane di stanza in Germania).
Ha collaborato, fra i tanti, con attori e intrattenitori quali Robin Harris, Paul Mooney, Martin Lawrence, D.L. Hugley, Bernie Mac e Jamie Foxx (Laffapalooza!). In campo musicale s’è esibito a fianco di artisti e gruppi come Earth Wind & Fire, Gil Scott Herron, Gerald Albright, Walter Beasley, Kool & the Gang, Boney James.

CURTIS FOWLKES

Co-fondatore dei Jazz Passengers, collaboratore dei Lounge Lizards, Curtis Fowlkes è un eccezionale strumentista, che oggi ha raggiunto una grande maturità. Vanno ricordate le sue collaborazioni con la Liberation Music Orchestra di Charlie Haden e Carla Bley, ma anche quelle con l’orchestra di Ellington guidata da Louie Bellson e con artisti quali John Zorn, Marc Ribot, Cibo Matto, Sheryl Crow, Henry Threadgill, Elliott Sharp & Terraplane, Charlie Hunter, Andy Summers, Bill Frisell.

GARY VALENTE

Fenomenale strumentista, dotato di straripante espressività, Gary Valente è nato a Worcester, Massachusetts nel 1953. Inizia a studiare il trombone all’età di otto anni sotto la guida del padre, il trombonista Frank Valente, perfezionandosi al New England Conservatory of Music in Boston, Massachusetts, perefzionandosi sotto la guida di John Coffey e del leggendario pianista Jaki Byard. Trasferitosi a New York, collabora con la Living Time Orchestra di Gorge Russell, per poi esibirsi con gli Apollo Stompers di Jaki Byard e, per lungo tempo, con l’orchestra di Carla Bley. S’è inoltre esibito con Maynard Ferguson, Charlie Haden, Cab Calloway, Andy Sheppard, Joe Lovano, Lester Bowie’s Brass Fantasy, George Gruntz, Michel Camillo, David Murray, Jean-Marie Machado, Bebo Valdez e The Lincoln Center Afro Latin Jazz Orchestra. E’ inoltre solista permanente nella Chico O’Farrill Afro Cuban Jazz Orchestra, guidata da Arturo O’Farrill.
AL PATTERSON
Strumentista assai apprezzato sulla scena newyorkese, Alfred Patterson ha collaborato e inciso con artisti come Harold Johnson, Nancie Banks, Muhal Richard Abrams, Mandy Patinkin, Jack Jeffers, Roscoe Mitchell, David Murray, Makanda Ken McIntyre, Wadada Leo Smith, Hamiet Bluiett, oltre a far parte dell’Ebony Brass Quintet e a collaborare regolarmente con Craig Harris.

BOB STEWART
Fra i più acclamati solisti di uno strumento difficile come la tuba, Bob Stewart, nato il 3 febbraio 1945, s’è diplomato al Philadelphia College of the Performing Arts, perfezionandosi alla Lehman College Graduate School. Professore veterano alla celeberrima Juilliard School di New York, insegna anche al Lehman College.
Stewart s’è inoltre esibito ed ha inciso con artisti quali Charles Mingus, Gil Evans, Carla Bley, David Murray, Taj Mahal, Dizzy Gillespie, McCoy Tyner, Arthur Blythe, Freddie Hubbard, Don Cherry, Sam Rivers, Lester Bowie, Frank Foster, Globe Unity Orchestra, David Murray,Henry Threadgill, Howard Johnson, Clifford Thornton, Nicholas Payton, Wynton Marsalis, Charlie Haden, Edward Vesala, Bill Frisell, Gunter Hampel, Steve Turre, Herb Robertson, Bob Belden, Charlie Persip, Uri Caine, Rhys Chatham, Art Ensemble of Chicago.

JOE DALEY
Diplomatosi alla Manhattan School of Music di New York, Joe Daley è da anni uno fra i più affermati esponenti della scena musicale newyorkese. Ha collaborato a lungo con Sam Rivers, esibendosi anche con l’orchestra di Carla Bley nonché con artisti quali Howard Johnson, Frank Foster, Taj Mahal, Muhal Richard Abrams, Gil Evans, Charlie Haden, Elley Eskelin, George Gruntz, Bill Cole, Jayne Cortez, Taylor Ho Binum, Alan Silva, Dave Douglas, Ebony Brass Quintet.

ADAM KLIPPLE
Eccellente pianista e organista, Adam Klipple, per quanto ancora giovane, ha collaborato con artisti quali Craig Harris, Graham Haynes, Joseph Bowie & Defunkt, Ron Affif, Vinny Valentino, Jason Marshall, Michael Ray & The Cosmic Krewe oltre a esibirsi con Sun Ra Arkestra, Sekou Sundiata, Marc Ribot, John Medeski, Kurt Rosenwinkle, Carla Cook, Dave Fiuczynski, David Gilmore, Josh Roseman, Vincent Gardner, Peter Apfelbaum, Joel Harrison, Jay Rodriguez, Groove Collective, Smokey Robinson. Leader del gruppo Drive-Yy Lesile, ha inciso a suo nome Adam Klipple & Drive-By Lesile, From Memphis to Bishkek.

TONY LEWIS
Eccezionale strumentista messosi particolarmente in luce nei gruppi guidati da Paul Shapiro e da Elliott Sharp, Tony Lewis è nato nel Bronx, a New York, nel 1962. Affermatosi come batterista nel gruppo heavy metal 24-7 Spyz, è oggi fra i musicisti più impegnati sulla scena newyorkese. Ha collaborato con Cindy Lauper, Benny Goodman, Black Rock Coalition, B. B. King, Dizzy Gillespie, Vernon Reid, Little Richard, Jean-Paul Bourelly, Arto Lindsay, Bobbie Humphrey, Caetano Veloso, Boys Choir of Harlem, Special EFX. Ha partecipato al film Fame (Saranno Famosi) ed è presente nella relativa colonna sonora. Ha inoltre partecipato a show e serial televisivi con Jay Leno, David Sanborn, Avery Brooks (A Man Called Hawk).

CHANON JUDSON
Dopo studi al Center for the Arts di Buffalo, Chanon Judson s’è affermata a New York come ballerina e coreografa. Componente del gruppo Urban Bush Women, insegna all’Alvin Ailey Arts In Education & Community Programs e alla Academy of Visual & Performing Arts di Buffalo, collabora al gruppo Roots & Wings Movement di Makeda Thomas.

per ulteriori informazioni:
Viviana Allocchio
Iniziative Speciali
Teatro Manzoni
Via Senato, 12
20121 MILANO
tel.: 02781253 - 02781254
fax: 0276281604


INGRESSI:
Concerti 19 ottobre – 3 e 10 novembre – 25 gennaio: € 15 + € 1 prevendita

Concerti 26 ottobre – 1 e 14 dicembre – 9 febbraio: € 12 + € 1 prevendita

Ridotto giovani € 10 + € 1 prevendita

ABBONAMENTI fino al 19 ottobre .
N. 4 CONCERTI DOMENICA MATTINA€ 50,00
N. 4 CONCERTI LUNEDÌ SERA € 50,00

PREVENDITA dal 6 ottobre ’08 al 9 febbraio ‘09
alla cassa del Teatro
CircuitoTicketone –
Nnumero verde 800-914350
Posti fissi e numerati

In vendita alla cassa del Teatro
Posti fissi e numerati


CONTATTI:
Teatro Manzoni – tel. 0039 02 7636901
Via Manzoni 42
20121 Milano
info@teatromanzoni.it
www.teatromanzoni.it/aperitivo - www.aperitivoinconcerto.com

Come raggiungere il teatro:
MM Montenapoleone – MM1 San Babila – MM1 Palestro
Bus 61 – 94 – Tram 1, 2


GOD'S TROMBONES
Craig's "God's Trombones" affords him the opportunity to realize a longstanding dream. It is based on James Weldon Johnson's classic collection of poems that refigure inspirational sermons by itinerant Negro preachers. In collecting these sermons in free verse form, Johnson strove to document and to preserve a unique African American cultural tradition in the face of increased assimilation into a more mainstream American way of life. Craig looks to Johnson's poems for inspiration to produce a musical interpretation of the rhythm and cadence that Johnson found in the original sermons.

Although deeply rooted in the work of these Christian preachers, Craig's vision for "God's Trombones" looks beyond the sectarian roots of the sermons to the realm of the spirit that underlies and moves all religious experience. Thus, "God's Trombones" both hearkens back to the spirit of the original work and reinterprets it for a contemporary audience. At its most fundamental level, the project strives to bring Johnson's poems, and the unique preaching style they preserve, to life. Craig's composition will consider "God's Trombones" through the intersection of sound (specifically, the trombone shout form) and word and movement. Technically, Craig creates a work that is operatic in scale, with the pitch, melody and harmony finding inspiration in the original poems, with the text (and its recitation) and the choreography (and its presentation) serving as partners in the overall composition.

Stefano Bolllani - Enrico Rava : Genova Lunedi 1 Dicembre

Sentirli suonare assieme è una esperienza fantastica.

Un’avventura sorprendente, un viaggio imprevedibile nella musica e nei suoni. Questo è quanto promette il concerto del duo Enrico Rava e Stefano Bollani.

La difficoltà di suonare in duo è nel rischio di ripetersi e diventare monotoni… ma qui non accade. Bollani è praticamente un’orchestra, riesce a fare cose incredibili al pianoforte, ma la potenza di questo duo è soprattutto l’interattività. Rava ha la possibilità di fare tutto quello che gli passa per la testa e Bollani lo segue.

Il duo è uno dei top live act del jazz odierno. Insieme. Rava e Bollani, formano una coppia di altissimo livello interpretativo. Due sensibilità superiori, due poeti in musica, ognuno legato sentimentalmente ed indissolubilmente al proprio strumento.

Richiestissimi in patria e all’estero, anche con le proprie formazioni, Rava e Bollani hanno trovato un terreno d’intesa dove il lirismo e l’esplosività, lo spirito d’avventura e la saggezza del trombettista triestino si incontrano con il talento pianistico senza pari del giovane jazzista milanese.

Da segnalare: Stefano Bollani il 14 dicembre 2007 ha ricevuto a Vienna l’ambitissimo premio “Europeran Prize”. Una giuria specializzata in rappresentanza di 23 paesi europei lo ha acclamato miglior musicista dell’anno 2007.

András Schiff - Lunedi 24 Novembre - Genova - Teatro Carlo Felice



Ebbeni si, finalmente ci siamo... Dopo tante volte che ci è "scappato" di mano anche colui che personalmente considero uno dei piu' importanti e bravi pianisti contemporanei finalmente si è fatto " prendere". E' cosi'che Moonlightrecords sara' presente al concerto che lo stesso Schiff fara' a Gevona lunedi.

Ricordiamo che per l'occasione sara' possibile acquistare l'intera discografia di Schiff su Ecm.

Notes on the Program

Not Only Evidence of the Heroic Style
Beethoven’s Sonatas, Op. 31 and Op. 53
András Schiff in conversation with Martin Meyer

Martin Meyer: As far as the piano sonatas are concerned, Beethoven’s so-called middle period, which has so readily been identified in his output as a whole with his “heroic” style, begins with the triptych of Op. 31. Yet within this group of works there is scarcely any evidence of the heroic monumental style.

András Schiff: That’s true. Even the very new worlds of expression opened up in the famous “Tempest” Sonata, Op. 31, No. 2, have absolutely nothing to do with the usual definition of heroism, which proves that labels of this kind, or attempts to lump things together, are for the most part misleading—which is probably true with most great artists. Of course, the Third Symphony, with its title of “Eroica,” embodies to a certain extent a “heroic” pathos, and the related “Eroica” Variations for piano, Op. 35, are similar in mood. In addition, we could mention other works that are powerfully extroverted in character, or even show evidence of a monumentalized style, if you like—the Fifth Symphony, for example, or the “Emperor” Concerto. But if we think of other middle-period works, it immediately becomes clear that there are also strongly opposing characters, especially in the realm of chamber music. And, as we have already mentioned, the three Piano Sonatas, Op. 31, resist any kind of simplification, as any performer or listener who has studied them closely will know.

Carl Czerny recorded a remark the composer made to the Bohemian violinist Wenzel Krumpholz, to the effect that he was dissatisfied with what he had accomplished up to that time and wanted to follow a new path, one that was connected to the three sonatas of Op. 31.

We need to take that with a grain of salt. Czerny’s treasure chest of anecdotes contains some jewels, but upon further examination, a number of them have turned out to be purely speculative or hopelessly wide of the mark. We have only to think of the “story” of the event that gave rise to the finale of the “Tempest” Sonata. Supposedly, Beethoven was standing by the window one night when suddenly a rider passed by in a wild gallop. But this third movement isn’t a gallop at all: In its “rocking” Allegretto motion, it’s much closer to a perpetuum mobile in that it is both lyrical and dramatic. For the rest, Beethoven is a composer of the new par excellence, but that holds true right from the start—in the case of the piano sonatas, ever since the F-Minor Sonata, Op. 2, No. 1, onwards, and then with virtually every single step forward.

Even so, it’s possible to perceive demarcations, some of them stronger than others. For instance, the A-flat-Major Sonata, Op. 26, marks a new way of thinking and writing for Beethoven, and much the same could be said of the two “Fantasy” Sonatas of Op. 27.

Certainly. And here, around the time of Op.26 and Op. 27, we find the beginnings of the middle period, which of course also manifests itself as a further development of what has gone before: there is no break. In any case, in composing the triptych of Op. 31, Beethoven gathered together three works under a single opus number for the last time in his piano sonatas. After that, the dialectic of individualization moved in the direction of single works each time, whereas here it still manages to make itself felt in a collective form. Unfortunately, the autographs of all three sonatas have been lost, which presents additional problems, especially for performers, because the first editions, issued by the Zürich publisher Georg Nägeli between April 1803 and early summer 1804, contain several misprints.

How could we distinguish the overall characteristics of these three works, which are so very different in mood and form?

As was already the case with Op. 2 or Op. 10, we really do hear and notice an enormous diversity. Quite apart from the fact that with the exception of the “Hammerklavier” Sonata, Op. 106, the third sonata is Beethoven’s last to be cast in four movements, the following would roughly hold true: the first sonata of Op. 31, in G major, is an extremely witty work, and perhaps Beethoven’s wittiest sonata altogether. It is also virtuosic and extroverted, and full of surprising inspirations. The second sonata, in D minor, carries the not-inappropriate nickname of “The Tempest.” It is altogether dark in tone and its effect is highly dramatic, with a “literary” mood throughout. And the third sonata, in E-flat major, is probably the hardest to paraphrase in words: on the one hand it seems tender, entreating, and pleading, with a lyrical basic mood strongly in evidence; and on the other hand, in the scherzo and finale it maintains a high-spirited and urgent sense of motion. Any pianist who programs all three works together—as, for instance, in a performance of the complete cycle—has to be particularly careful to bring these differences out.

The G-Major Sonata is, then, driven by humor and irony. Even so, it would surely be wrong to present it purely as an example of unbridled lightheartedness.

On the contrary, we have to bring out the nuances of its textures with the greatest accuracy. In the first place, that concerns dynamics. In my opinion, it would be quite wrong to play the beginning of the first movement forte. The whole piece, with its chords and descending scales, begins piano—almost gropingly, and, in view of the rhythmic displacements and the tension between the left and right hands, a touch hesitantly. We immediately find ourselves in the tonic key, without any circuitous introductory bars. After that, the procedure is repeated, as though it had to be “scrutinized” again, a whole-tone lower, in F major, which of course helps make the thematic procedure clearer. In this connection I should point out that Beethoven later uses the same kind of repetition shifted up or down at the beginning of a sonata, in both the “Waldstein” and the “Appassionata” Sonata, Op. 57.

But whereas earlier sonatas such as Op. 22 or Op. 28 show an increasingly compact design, time is now stretched out—and it’s additionally broadened through virtuoso repetition—before the second subject is finally allowed to appear.

Yes, Beethoven deliberately foils our expectations here. That is part of music’s inner psychology, so to speak, as we already know from Haydn. At the same time, this second theme, which is both dance-like and lyrical, is given a good deal of space, both for polyphonic growth and for tension-filled changes of mood between major and minor. In this, it almost anticipates Schubert, who was very familiar with this G-Major Sonata.

A repeat of the exposition is indicated: does it have to be observed in every single performance?

Absolutely. In the first place, it allows the weight of the material in relation to the individual sections of the movement to be represented correctly; and, secondly, it gives the performer the opportunity of introducing additional colors to what has already been expounded. On top of that, the wonderful second subject gains in presence—because you have to take note of the fact that it doesn’t appear at all in the development section. Here, Beethoven concentrates exclusively on the main subject, presenting it in continually new modulations, and—as far as the unison cascades of scales are concerned—with powerful “inner” waves, which should be perceived more from the large-scale harmonic point of view, than as individual notes. The recapitulation finally bursts in deciso, you could say, and this time fortissimo—as though the main subject had gained in self-confidence. It’s also worth mentioning the extensive coda, where pauses, syncopations, and split chords bring wit to the fore once again, until the two hands at last find each other and come together in two staccato piano chords.

Beethoven marks the slow movement of Op. 31, No. 1, as an Adagio grazioso, which is almost a contradiction in terms.

Here we find wit and parody: The Italian bel canto operatic style and declamatory rhetoric with many ascending and descending scale-like passages are continually present, although they alternate with other material. The grazioso, along with the 9/8 rhythm, lends the piece a hint of narrative style. What’s important here is the imagery of the sonorities. At the beginning we can imagine the plucked sound of a mandolin accompaniment, above which the melody hovers with its expressive trills. The whole thing sounds very richly decorated, iridescent, and playful. By way of contrast, the middle section, with its chromaticism and minor-mode inflections, introduces a certain dramatic intensification, though I would see it more as a “storm in a teacup” than any significant darkening of the mood. After it, the opening section returns in a still richer form. What’s new about it is that the concept of musical time is presented quite differently—in lavish profusion, as though Beethoven never wanted the movement to end. That becomes still more striking in the coda, with its wonderfully song-like duet interjections.

The rondo finale, on the other hand, sets off quite confidently, even though it again has much cantabile intimacy. Schubert avant la lettre once more?

Certainly. We can call to mind the finale of Schubert’s great A-Major Sonata, which has the same contrapuntal inflections, excursions into minor keys, changes in voices and registers, and, in addition, the alla breve tempo. But of course Beethoven is more concise, and the heart-rending lyricism is lacking. The passages, which, in their decisive character, evoke Bach, and the rhythmic alternations between quarter-notes, eighth-notes, and triplets lend the movement a focused energy—although the coda, with its many tempo changes, breaks the material down as though into fragments, until finally the whole work progresses towards its final chord by way of an outburst of trills and a cascading, up-and-down figuration that recall the opening of the first movement. In this manner the music comes full-circle in a very humorous way.

With the Sonata in D Minor we enter altogether different territory: darkness and sudden outbursts, dream-like recitatives, and, in the finale, an almost continual twisting and turning of the theme. Beethoven’s allusion to Shakespeare’s The Tempest is authenticated, but what light can it shed on the music for us?

We shouldn’t draw too much out of this reference, and Beethoven himself went no further than a mysterious allusion. To put it another way, we shouldn’t imagine anything specific, such as passages of monologue or dialogue, that might perhaps bring Prospero to mind, and come to the fore with increased rhetoric. I must limit myself to a few essential points, though the sonata would of course invite extensive analysis. In the first place, what’s revolutionary is that Beethoven allows the piece to begin not on the tonic, but with a rising chord of A major, which immediately sows the seeds of uncertainty over what is to come. But beware: this beginning already forms part of the main subject, and is not an introduction, as is quite clearly indicated by the “answer” in the bass from bar 21 onwards, which presents the same rising figure in an accelerated form. Moreover, huge psychological forces are seething away, for instance in the relentlessly propelled dialogue between contrasting registers, which is continually striving for wider intervals; or in the second theme, which doesn’t take us into different worlds or moods, but instead drives the despair still further.

Altogether, this movement encompasses an enormous amount, both as far as its content and its form are concerned, and yet the whole thing seems extremely concise.

The exposition presents a powerful and violent concentration of statements, and yet it is over in a flash. And Beethoven is just as economical with his argument in the development, until the hurricane’s rage has abated and it comes to rest in the bass register—a penseroso moment that seems to anticipate Liszt and his B-Minor Sonata. But exactly at the point where the recapitulation could actually be reached, as in classical form, Beethoven once more does something new. He inserts two recitatives, the first restrained, simple, and noble in tone, and the second with bolder intervals, mysterious, pale, and whose tonal properties are veiled. In the recapitulation the composer compresses his material once more, and as a result the effect of the blurred ending deep in the bass seems all the more remote: not a resolution, but a shadowy vanishing after terrifying eruptions.

The slow movement arises out of the final fermata – an almost solemn, or at least chorale-like, Adagio in B-flat major.

Everything is calm to begin with, and only the short bass figures in demisemiquavers, which should sound like timpani, allow the impression of a storm in the far distance to arise. The sustained chords of the chorale have the character of a sarabande, but gradually events multiply, and more and more questions are put, and that’s why it’s important for the performer to be able to distinguish between “sung” and “spoken” sections. The second theme appears to continue the calm, and to lighten the solemn tread a little. But soon the drum rolls intervene again, and this time they pave the way for the cascades of demisemiquavers that are to follow later, and that are contrapuntally written to cover all registers of the instrument. The declamatory and cadenza-like elements of the large-scale coda in three sections immediately provide us with the breadth of a “heaven and earth” feeling. Incidentally, the last bar has to be played strictly in tempo, without any ritardando.

After that comes the detailed Allegretto in 3/8 time—a finale that has often tempted pianists into excessive haste and cold-blooded mechanical virtuosity.

Which completely misses the point! The piece is written in sonata form, with an exposition, development, and recapitulation, and it needs to occupy a special position within the work as a whole—perhaps even, as is the case with the “Moonlight” Sonata, the main weight. That makes it all the more essential correctly to realize the proportions, the sonorities, and the rhythmic energies that bind the whole thing together, as well as that half-melancholy, half-dramatic tone that runs through it. You really have to hear everything, and that wouldn’t be possible with too fast a tempo. In this connection I would point to the long development section, whose contrapuntal passages are reminiscent of Bach’s D-Minor Two-Part Invention. No less significant is the coda, in whose latter half the theme finally returns in full orchestral garb, before (following a chromatic fortissimo scream) the piece collapses like the first movement without a ritardando or fermata, with a D-minor arpeggio played piano, and descending to the bottom of the keyboard. In short, a highly dramatic work!

On the other hand, the last sonata of the Op. 31 triptych, also composed between 1801 and 1802, is in an E-flat major that is at once bright and soft. Brilliance and lyrical assurance are found together in a very relaxed way.

Yes, it’s no use looking for the “heroic” gloom, if I can put it that way, of the “Tempest” Sonata. Great tenderness—as for instance in the pleading phrase of the first bar, at the very beginning—is mingled with humor, as we can see in a very fruitful form in the development section of the scherzo. And the finale provides really spectacular bravura, demanding great pianistic energy. But this sonata, too, should not be played too quickly or hurriedly. In the opening movement the irregular runs in semiquavers and demisemiquavers give the tempo, and in addition there are many ritardandos forming transitions that have to be precisely shaped. The charming, song-like second subject above a simple Alberti bass accompaniment lends support to the questioning introductory phrase, which you could actually characterize as “Liebst du mich?”

The floating lightness of the piece also arises out of the fact that the home key of E-flat major is only established at bar 17, and that everything that comes before seems somewhat improvised and questioning.

Absolutely, although the material of the third and fourth bars already carries a lot of weight. This motif in repeated chords runs through the whole movement like a basic pattern or binding force—in fact, it is found again, appropriately modified, in the following movements. In the development section of the opening movement, things become somewhat stormier, the lyrical mood broadens into comedy, and the energy level is raised by the skipping intervals, whose tension owes a good deal to the crossed-hands motion. In addition, there are strong dynamic contrasts, and textures that expand the purely pianistic writing into trio or quartet-like associations.

For his scherzo Beethoven has in mind an Allegretto vivace. More Allegretto, or more Vivace?

Both. The Allegretto is less of a tempo indication than a mood: what’s required is dance-like lightness. On the other hand, we should also be conscious of a certain energy, which makes itself felt at the latest with the outbursts of fortissimo chords. The design of the whole piece is a sonata-scherzo, by which I mean that we have an exposition that absolutely has to be repeated, a development on a notably large scale, and a reprise. A good deal of it breathes the air of opera buffa. The beginning is amusing, even downright comical, with the right hand establishing a chorale-like melody and the left hand plucking out a staccato bass. Finally, the performer has to vary the tempo like a good director, joining the fermatas and ritardandos to the a tempo in a meaningful way. And if, for instance, we really bring out the battle that rages in bars 90 onwards, we encounter a truly furious extroverted character.

Instead of following this with a genuine slow movement, Beethoven is satisfied with a short minuet.

That’s certainly very unusual, and so is its character: Moderato e grazioso suggests a degree of contrast within itself. Nevertheless, it shows Beethoven, in opposition to every cliché, as a wonderful melodist. On the other hand, the trio—on which Saint-Saëns based a set of variations for two pianos, and which seems to anticipate one of the episodes in Schumann’s Faschingsschwank aus Wien— is in a pure chordal style. Only the coda, with its eerily chromatic tinges, evokes a hint of melancholy or darkness.

And so to the finale: a Presto con fuoco of an indisputably pianistic nature. Here at last we meet with the gallop which Czerny wrongly ascribed to the finale of the “Tempest” Sonata.

A gallop, yes, and also the atmosphere of the hunt with prominent horn-like accents. The music’s powerful energy and rhythm have led the French to give it the nickname of “La Chasse.” Once more, the 6/8 rhythm has something of a perpetuum mobile abut it, but in contrast to the Allegretto of the “Tempest” Sonata or the finale of Schubert’s great C-Minor Sonata, the mood here is one of unclouded, high-spirited joy. The long development requires additional virtuoso energy; the changes in register and the dialogue-like passages at the start of the large-scale coda bring into play an expansive, almost landscape-like spaciousness; and, following a protracted ritardando, the blunt closing bars provide a suitable concert-ending.

Only a short time later Beethoven produced the C-Major Sonata, Op. 53, which dedicated to his patron and friend Count Waldstein. But the expressive worlds it encompasses leave everything that came before it far behind.

The “Waldstein” Sonata is certainly an overwhelming work that was not only of great significance to the composer, but also occupies a special place in the history of piano music. Its spatial dimensions alone are enormous, and were only exceeded later by those of the “Hammerklavier” Sonata. And then Beethoven takes a giant stride forwards in respect of new-found pianistic sonorities, at the same time creating a huge “tone poem.”

It would have been even larger if Beethoven had used the slow movement he originally composed for it, instead of replacing it with a short introduction to the rondo finale.

According to Beethoven’s pupil Ferdinand Ries, one of the composer’s friends objected that the sonata in its original form was too long, which at first enraged Beethoven, though he later found that there was indeed a much better solution. The fact that he removed the slow movement and issued it independently as an Andante favori, works strongly to the advantage of the sonata as a whole. As things stand now, the proportions are right, and the rondo can emerge out of the extraordinarily mysterious mood of expectation generated in the introduction’s final bars. We already find transitions of this kind in the Sonata, Op. 27, No. 1.

At the same time, for some music lovers the “Waldstein” Sonata bears the banner for extreme extroversion and somewhat superficial brilliance.

Quite unjustly. It begins, as do most of the sonatas, quietly—indeed, pianissimo. Then, the second subject, in E major, leads us into an intimately lyrical world: It doesn’t need to be played with a slackening of the tempo—the larger note values in which it’s written are quite enough. Finally, Beethoven shades the entire work with a large variety of effects in which the pedal plays a significant role. To put it in a nutshell, you could say that it’s only by chance that the sonata was written for piano. But needless to say, it exploits every expressive possibility, and seems to take into account future developments of the instrument beyond Beethoven’s own lifetime in an inspired way.

The first movement begins with its well known repeated-note motif. We feel rhythm and we hear something almost like noise, with nothing melodic actually appearing.

The orchestral writing already begins here, and the tremolando that follows heralds a new kind of technique. The position of the registers is very important: the motion is drawn upwards, from darkness into the sun—a process that’s repeated over and over again and becomes particularly meaningful in the rondo—which is why the French call the sonata “L’Aurore” (“Dawn”). As already mentioned, the second subject has chorale-like dignity and tender beauty, but it’s gradually expanded with brilliant decorations. The first fortissimo outburst, in bar 62, again engenders a sort of percussive sonority, and soon after it we find the first long trills—written-out trills, not in the sense of decoration, but of heightened expressiveness. The rondo raises the trill to the level of a foreground element, and places it firmly in a developmental line that would lead to the late Sonata in E Major, Op. 109, as well as the “Arietta” of Op. 111.

In the development the material appears in concentrated form, as though in fragments, not only pointing forwards to the “economical” Beethoven, but also investing the music with a newfound urgency.

There of course, in the conflict-driven, energetic passages that pass through wide tonal regions, the heroic style, if you like, finds expression. A special moment is reached at the point where the arrival of the recapitulation is imminent: we seem to hear timpani and double basses in the rumbling 16th-notes in contrary motion: they convey something like a natural phenomenon, though of course in a positive sense. Then there are the short phrases that rise progressively higher, in which the bass line that moves from C to C-sharp to D really has to make itself felt. Moments like this, as well as the eighth-note chords of the recapitulation, have a tremendous effect that still makes itself felt today. Altogether, the entire movement, with the brilliant cadenza in its coda, offers a limitless panorama of ideas and transformations.

The Introduzione, by way of contrast, encompasses a mere 28 bars, and although lyrical ideas surface from time to time, prose predominates.

A kind of “speech song” should unfold only from bar 9 onwards; before that, the music gropes its way in comparatively abstract gestures from the bass into the middle register. This transitional piece should probably not be thought of as a movement at all; rather, it rises up like an island between two landscapes, or almost like no-man’s land. But that’s really a question of its function, and when the individual lines and voices later branch out as though in a string quartet, and finally ascend into the descant with increasing fervor, their goal is never self-contained: When the flute hovers alone on a fermata on the top G, it becomes apparent that everything has been calculated with the beginning of the Rondo in view.

As an Allegretto moderato the finale in no way leads one to suspect that its tenderly lyrical theme soon gives way to passages in an orchestral virtuoso style.

Yet it is a sonata-rondo with contrasting episodes, and for that very reason the “stories” that unfold in them have to be correspondingly weighty. I should stress that the rondo theme—rather like a mountain dweller’s song—already begins on an eighth-note on the low C: The later reprises and variations make that absolutely clear. So we have to find colors and shadings that will differentiate the “rustic” or demonically wild passages of the two episodes from the shoots that grow out of the rondo theme in all its lyrical gentleness. Occasionally, one has the impression, both as performer and listener, that the piano is almost too restricted for the type of music that is striven for and found here. I’m thinking, for instance, of the rushing 16th-note triplets in the reprise of the first episode, or some of the moments in the coda.

How should the notorious octave glissandos be played?

Exactly as Beethoven notated them—and, in the case of Op. 53, his manuscript has survived. It’s true that it isn’t easy, and was a little more comfortable on the fortepiano of Beethoven’s day, but the required effect can only be obtained in that way. And, for the coda’s apotheosis, in trills you naturally need to produce as magical and shimmering a sonority as possible. In short, I absolutely agree with György Ligeti: The “Waldstein” Sonata is a milestone in musical history, and one that opened up new and imaginative sound worlds.

Venerdi 21 Novembre 2008 : Stefano Bollani con i suoi Visionari



Stefano Bollani, fra i massimi talenti jazzistici internazionali, esordisce professionalmente a quindici anni. Si afferma nel jazz collaborando con grandissimi musicisti (R. Galliano, G. Barbieri, P. Metheny, M. Portal, P. Woods, L. Konitz, H. Bennink, P. Fresu, M. Vitous, T. Horta, J. Abercrombie, K. W. G. Osby, M. Solal...) sui palchi piú prestigiosi del mondo (Umbria Jazz, Festival di Montreal, Town Hall di New York, Scala di Milano). Musica jazz lo proclama miglior nuovo talento del 1998. Nel 2004 la rivista giapponese (Swing journal) gli conferisce il premio New Star Award riservato ai talenti emergenti stranieri, per la prima volta assegnato a un musicista non americano. Nel 2006 per la rivista Musica jazz e' il musicista italiano dell' anno. Il referendum dei giornalisti della rivista americana Downbeat nel 2007 lo vede ottavo fra i nuovi talenti del jazz mondiale e terzo fra i giovani pianisti. I critici della rivista Allaboutjazz di New York lo votano fra i 5 musicisti più importanti del 2007. Nello stesso anno a Vienna gli viene consegnato l'European Jazz Prize, premio della critica europea, come miglior musicista europeo dell' anno. I Visionari sono il quintetto che il pianista ha già presentato in varie occasioni ed è formato da Mirko Guerrini (sax), Nico Gori (clarinetto), Ferruccio Spinetti (contrabbasso), Cristiano Calcagnile (batteria).

Sabato 22 - Teatro Comunale Casalmaggiore - Stefano Bollani - I Visonari

Moonlight Records, dopo la propria presenza in quel di Monza ( dove x ovvie ragioni storiche gioca in casa ) bissa il giorno dopo il quel di Casalmaggiore dove i Visionari presenteranno il loro spettacolo veramente unico.

Ricordiamo che per l'occasione sara' possibile acquistare presso di noi tutti i cd di Stefano.

11 -12 Ottobre - Roma Hi End

E' con estremo piacere che comunichiamo la nostra presenza all'ormai consolidata fiera Hi.end di Roma organizzata da The Sound Of The Valve del mitico Zaini. Sara' l'occasione per poter acquistare e ascoltare in anteprima il favoloso Live dei Buena Vista Social Club. Infatti presenteremo proprio al Roma Hi End il doppio cd con la registrazione del concerto reso famoso dal grande regista tedesco Wim Wenders. Ma non abbiamo ancora finito. Infatti per chi non ha fatto in tempo ad acquistarlo durante il top audio di Milano abbiamo ancora a disposizione una decina di Lp del Live In Austin di Norah Jones ( registrazione imperdibile ).
Vi aspettiamo tutti al Roma Hi End - Via Aurelia 800 c/o Jolly Hotel Midas

Domenica 5 Ottobre 2008 - ORCHESTRE DES CHAMPS-ELYSEES

Il 5 ottobre saremo presso il teatro filarmonico di Verona per un evento veramente speciale.

Infatti si esibira' un'orchestra di primaria importanza europea e mondiale grazie anche alla fama del suo direttore Philippe Herreweghe famoso per l'approcio romantico e profondo con il repertorio in cui si cimenta.

Philippe Herreweghe was born in Ghent. He studied piano at the local Conservatory before going on to study medicine and psychiatry, graduating in 1975. It was during his time at university that he founded the Collegium Vocale and it was then that he caught the attention of Nikolaus Harnoncourt and Gustav Leonhardt. They subsequently invited him to join them in their recording of the complete Cantatas of Bach.


In an endeavour to do adequate justice to a repertory ranging from the Renaissance to modern and contemporary music, Philippe Herreweghe felt the need to create several ensembles of variable composition with whom he has made nearly sixty recordings for harmonia mundi: l’Ensemble Vocal Européen, Collegium Vocale Gent (Bach and his forerunners), la Chapelle Royale (French Baroque music), the Orchestre des ChampsElysées (Classical and Romantic music) and the ensemble Musique Oblique.
Philippe Herreweghe has appeared as guest conductor of ensembles like the Amsterdam Concertgebouw Orchestra, the Mahler Chamber Orchestra, the Rotterdam Philharmonic Orchestra, the Stavanger Symphony Orchestra and the Royal Flanders Philharmonic Orchestra, of whom he is the musical director sine 1997. He also conducted the Berlin and Vienna Philharmonic Orchestras.

He was the Artistic Director of the Saintes Festival from 1982 to 2002. He was named Musical Personality of the Year in 1990, European Musician of the Year in 1991, Cultural Ambassador of Flanders with his Collegium Vocale in 1993. Philippe Herreweghe was awarded the order of Officier des Arts et Lettres in 1994, and named Doctor Honoris Causa of Louvain University in 1997. In 2003 he was appointed Chevalier de la Légion d'Honneur, and in October of that same year he was knighted by the King of the Belgians.

The Orchestre des Champs-Élysées is devoted to the performance of music written from the mid XVIII to the early XX centuries (Haydn-Mahler) played on the instruments that existed during the composer's lifetime.

For several years, the Orchestra has been in residence at the Théâtre des Champs-Elysées in Paris and the Palais des Beaux-Arts in Brussels, and has performed in almost all the major European concert halls such as the Musikverein (Vienna), the Concertgebouw (Amsterdam), the Barbican Centre (London), Alter Oper (Frankfurt), the Philharmonic Halls in Berlin and Munich, the Gewandhaus (Leipzig), the Lincoln Center (New York), Parco della Musica (Rome) and the Auditoriums of Dijon and Lucerne. The orchestra has also toured Japan, Korea, China and Australia.
Philippe Herreweghe is the artistic director and principal conductor, but several guest conductors conducts the orchestra, among them Daniel Harding, Louis Langrée, Christophe Coin, Bruno Weil and it will soon work with René Jacobs.

The Orchestra's extensive discography includes : Mozart Requiem, Mass in C minor – Beethoven Missa Solemnis, Ninth Symphony – Brahms German Requiem – Mendelssohn Elijah, Paulus, Midsummer Night's Dream – Schumann Scenes From Faust, Piano Concerto, Cello Concerto – Berlioz Enfance du Christ, Nuits d'Eté – Fauré Requiem / Bruckner Seventh Symphony, Fourth Symphony (april 2006) – (harmonia mundi recordings)

The Orchestre des Champs-Élysées is funded by the French Ministry of Culture and the government of the Poitou-Charentes region.

Discografia Essenziale

Mozart, Requiem, Collegium Vocale and La Chapelle Royale, Harmonia Mundi, 1997
Bach, Magnificat, La Chapelle Royale, Harmonia Mundi, 1999
Bach, Matthäus-Passion (St Matthew Passion), Collegium Vocale, Harmonia Mundi, 1999
Rameau, Les Indes Galantes, La Chapelle Royale, Musique d'Abord, 2000
Bach, St. John Passion, Collegium Vocale, Harmonia Mundi, 2003
Beethoven, Symphony no. 9, Harmonia Mundi, 2003
Brahms, Ein deutsches Requiem
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Philippe_Herreweghe"

18 - 21 Settembre saremo Al Top Audio

Anche per quest'anno l'appuntamento "live" per eccellenza della Moonlight Records sara' al Top Audio di Milano. Vi aspettiamo numerosi con tutte le novita'. Quest'anno in anteprima assoluta presenteremo il nuovo Lp Audiophile 180 gr di Norah Jones piu' gli imperdibili Lp 180 e 140 gr con il meglio del jazz mondiale !!!!

Stefano Bollani a Busseto Venerdi 5 settembre 2008

Questa sera saremo a Busseto ( Parma ) in occasione del concerto di Stefano Bollani in occasione del Barezzi Live Festival

Chi era Antonio Barezzi ?

Droghiere benestante e grande appassionato di musica, nato a Busseto nel 1787, intravide precocemente l'attitudine di Giuseppe Verdi per la musica e lo chiamò come insegnante della figlia Margherita.
La prima esibizione pubblica del giovane musicista nel febbraio 1830, ebbe come teatro il salone della sua abitazione (ora Salone Barezzi), già sede della Filarmonica Bussetana, fondata dal Barezzi stesso e dal M° Ferdinando Provesi nel 1816.

Ne comprende le eccezionali capacità di compositore e nel 1832 lo aiuta perché il giovane Maestro possa recarsi a Milano a perfezionarsi.

Nei mesi precedenti l'andata a Milano per compiervi privatamente gli studi musicali con il M° Lavigna, dopo la delusione per la mancata ammissione al Conservatorio, Verdi abitò in casa Barezzi e qui, a poco a poco, sbocciò l'amore con Margherita, che diverrà sua sposa nel 1836, dopo gli studi milanesi, sostenuti finanziariamente, oltre che dal padre di Verdi e grazie ad una borsa di studio del Monte di Pietà di Busseto, ancora dal Barezzi, cui Giuseppe Verdi serbò sempre infinita gratitudine, come testimoniato da numerosi suoi scritti e dalla dedica al suocero nel 1847 del Macbeth.

Antonio Barezzi morirà a Busseto nel 1867, dopo aver pianto nel 1840 la perdita dei due nipotini e della figlia Margherita.

Le sue spoglie riposano nella Cappella della Famiglia Barezzi nel cimitero di Busseto, restaurata nel 1994 dall'Associazione Amici di Verdi.

A lui il Comune di Parma ha intitolato, con delibera del 23 luglio 1954 il piazzale a fianco del Teatro Regio.

Sito web : http://www.antoniobarezzilive.it/

09 Agosto 2008 - Altopiano del Montasio (Sella Nevea) - I Visionari

Sabato avremo l'onore di chiudere la stagione estiva di Moonlight Records on the road in un contesto fantastico. E chi poteva essere l'artista.... Ci vediamo sabato

Le note di Bollani chiuderanno l’edizione 2008 del No Borders Music Festival di Tarvisio.

L’atteso concerto di Stefano Bollani- I VISIONARI si terrà sabato 9 agosto sull’Altopiano del Montasio a Sella Nevea (ore 17.00).


Bollani compositore abbiamo avuto modo di conoscerlo nei due dischi dell' Orchestra del Titanic, anch'esso un quintetto che includeva fra gli altri Antonello Salis alla fisarmonica. Nei due dischi Label bleu troviamo ancora brani usciti dalla sua penna, pensati per il proprio pianoforte. Questo nuovo gruppo, composto da giovanissimi talenti, ha un repertorio interamente nuovo, scritto per questa formazione, la cui caratteristica principale sembra essere l'energia e l'eclettismo dei componenti. Basta seguire il loro percorso artistico per rendersi conto che fra le pieghe del gruppo ne è passata di musica: pop d'autore, sperimentazione, musica classica, hard bop.... e via dicendo. Tutto ciò porta a una musica frizzante che sfugge amabilmente a qualsiasi collocazione. Per quanto i suoi interessi siano molteplici e a 360 gradi, il suo percorso è stato lineare: diploma in pianoforte presso il conservatorio Cherubini di Firenze, cui segue una breve esperienza nel mondo delle tourne pop (tastierista di Raf e Jovanotti). Esordisce professionalmente all’età di 15 anni e da allora ha avuto modo di partecipare a più di 70 incisioni discografiche e a concerti in tutti i più importanti festivals del mondo, da Umbriajazz a Montreal, da Saalfelden al North sea, suonando su palchi prestigiosissimi come la Scala di Milano e la Town Hall di New York. Vince il referendum della rivista Musica Jazz nel 1998 e il Django d'or italiano nel 2000, entrambi nella categoria giovani talenti. La rivista giapponese Swing Journal gli conferisce nel 2003 il New Star Award, prima volta per un musicista europeo. Secondo la classifica pubblicata dalla stessa rivista, nel mese di luglio il suo disco Falando de amore, uscito solo in Giappone, è al primo posto nelle vendite jazz. Nel settembre 2003 riceve a Napoli il premio Carosone. Ci sarà Mirko Guerrini al sassofono e flauto, Nico Gori al clarinetto e sassofono, Ferruccio Spinetti al contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria e percussioni.

concerto di Stefano Bollani si terrà alle ore 17.00 sull'altopiano del Montasio (1500 metri s.l.m.).



Ecco come raggiungerlo:

Da Tarvisio: proseguire verso Cave del Predil e quindi Sella Nevea.

Da Udine: Si può raggiungere Sella Nevea anche da Chiusaforte attraverso la Val Raccolana.

Da Sella Nevea si consiglia di raggiungere l'altopiano del Montasio A PIEDI:

si consiglia una bella passeggiata lungo il sentiero CAI 625 (partenza dal piazzale di arrivo della pista) circa un'ora fino alla Malga Cragnedul (m 1517) e poi un'altra ora di attraversata in quota lungo la strada forestale per arrivare all'altopiano.

la seconda possibilità più facile ma meno spettacolare è lungo la strada asfaltata che in 6 km (con un dislivello di 300m circa) porta all'altopiano prestando attenzione alle navette che circoleranno su questo tragitto dalle ore 10.00 alle ore 16.00 - (questa strada può essere percorsa anche dai ciclisti - allenati)



PARCHEGGI:In quota esiste un parcheggio con una capienza massima di 150 posti.Esauriti i posti disponibili non sarà più possibile raggiungere l'altopiano in macchina.Non si permette il transito di vetture con meno di 3 persone a bordo.La salita così come la discesa delle macchine sarà rigorosamnte REGOLATA dalle ore 15.00 alle ore 20.00.

SERVIZIO di BUS NAVETTA (GRATUITO) :il servizio di Bus Navetta sarà disponibile dalle ore 10.00 con partenza dal parcheggio della Cabinovia del Canin.Tempo di percorrenza 20 minuti circa.Per motivi logistici e non disturbare il concerto il servizio verrà sospeso alle ore 16.15.Per questo motivo sconsigliamo di arrivare all'ultimo momento e di approfittare dell'occasione per trascorrere una giornata o almeno un pomeriggio nella natura!Il servizio riprenderà dopo il concerto per la sola discesa del pubblico.

HAPPY ENDING PARTY!!!! Dopo il concerto Vi aspettiamo numerosi presso la spiaggia del PIT STOP, Lago Di Cave del Predil per festeggiare insieme la chiusura della 13. edizione del No Borders Music festival con:

DJ SET, Grigliata, Buffet di piatti freddi,Cocktail bar e molto altro....ingresso gratuito

Martedi 5 Agosto - Cervo Ligure : Stefano Bollani solo in Carioca

Dopo la bellissima serata di ieri sera a Cremona eccoci pronti a partire per la Liguria.
Il borgo, molto bello, è Cervo Ligure. All'interno del festival internazionale organizzato dall'attivissimo comune per la felicita' dei turisti. Stasera Stefano avrà la possibilita' non solo di far emergere il suo grande talento divertendosi con il pubblico con melodie e improvvisazioni mai banali, ma anche la possibilita' di soddisfare l'audiofilo piu' esigente grazie alla grandissima acustica del luogo.

Alcuni cenni storici sul festival

Nato da una felice intuizione del grande (e compianto) Sandor Vegh nel lontano 1964, il Festival Internazionale di Musica da Camera di Cervo è oggi una delle manifestazioni culturali di spicco della Regione Liguria, affermata a livello nazionale e mondiale.

Il violinista ungherese scoprì la straordinaria acustica del Sagrato della Chiesa dei Corallini quasi per caso. Decise allora, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e con alcuni amici musicisti, di dare vita ad una manifestazione musicale: così Cervo, incantevole borgo medievale a picco sul mare che già ospitava artisti come Felice Casorati, Henry Furst, Adalberto Campagnoli, divenne il punto di richiamo di personalità del mondo della cultura e dell`arte.

Ricordiamo Michelangeli, Richter, Kempff, Annie Fisher, Pollini, Cziffra, Magaloff, Cherkassky, Boukoff, Argerich, Ciccolini, Weissenberg, Kocsis, Demus, Swann, Badura-Skoda, Thiollier, Schiff, Vegh, Menuhin, Gitlis, Ughi, Accardo, Kogan, Zimmermann, Gazzelloni, Rampal.

Presentare un festival di musica classica in questo modo, con un elenco di nomi, può risultare atipico, inadeguato, forse anche scortese. Ma chiunque, non solo agli appassionati, leggendo questi nomi potrà riconoscere in essi la forza che sono in grado di evocare: questi musicisti rappresentano, ognuno in modo personale e sublime, il vertice estetico di oltre tre secoli di produzione musicale.

E il sagrato dei Corallini di Cervo ha avuto l`onore di ospitare l`esibizione di ognuno di loro.

Per questo non è sufficiente magnificare in modo tradizionale le qualità del nostro Festival, della suggestiva piazza dove si svolge e dell’architettura medioevale che nobilita il campo visivo, perché ogni singolo e già meraviglioso particolare del luogo è stato sublimato dal passaggio di questi numi della musica classica e da loro è stato reso immortale.

Sándor Végh (Koloszvár, Ungheria 17/5/1912 – Salisburgo, 7/1/1997)

Sándor Végh fu uno dei maggiori violinisti del XX secolo. Iniziò a studiare pianoforte e nel 1924 intraprese gli studi di violino al Conservatorio di Budapest con Jenö Hubay e di composizione con Zoltán Kodály. Esordì nel 1927 con un lavoro di Richard Strauss sotto la sua direzione. Si diplomò nel 1930, con importanti premi alle spalle. Fece parte del Trio Ungherese con Ilonka Krauss e Laszlo Vencze. Nel 1934 fondò il Quartetto d’archi ungherese e con esso partecipò nel 1936 alla prima esecuzione del Quartetto per archi n. 5 di Béla Bartók. Nel 1940 fondò il Végh String Quartet e divenne professore dell’Accademia musicale Liszt di Budapest. Lasciò l’Ungheria con il suo quartetto nel 1946. L’ensemble diede concerti fino alla metà degli anni ’70; Végh nel frattempo si esibiva anche come solista. Insegnò ai corsi di perfezionamento di Zermatt esibendosi annualmente al Casals Prades Festival (1953-69). Insegnò inoltre presso i conservatori di Basilea, Friburgo in Breisgau, Düsseldorf e al Mozarteum di Salisburgo.
Fondò il Festival di Musica da Camera di Cervo nel 1962 e la Sándor Végh Chamber Orchestra. Diresse la Marlboro Festival Orchestra e la Camerata Academica del Mozarteum, con la quale incise i divertimenti e le serenate di Mozart (Grand Prix du Disque). Fu insignito del Cavalierato della Legion d’Onore, del Dottorato honoris causa presso le università di Warwick ed Exeter, dell’onorificenza di Comandante dell’Impero Britannico (CBE) e della Medaglia d’oro di Salisburgo. Si spense dopo una breve malattia nell’ospedale di Freilassing, al di là del confine con Salisburgo.

“Lei ci propone una cosa più grande di noi” rispose nel 1963 l’allora Sindaco Maria Raimondo al Maestro Sándor Végh che le manifestò l’intenzione di realizzare a Cervo un Festival di Musica da Camera.
Il grande violinista, che era stato affascinato dal nostro borgo medioevale, fece una proposta che gli amministratori di allora ebbero il coraggio di raccogliere, ed è nata una delle manifestazioni più prestigiose della Liguria in campo artistico-musicale. Come cervesi non saremo mai abbastanza grati al Maestro Végh, anche per questo, mi è parso giusto in occasione della quarantatreesima edizione, ricordarlo proponendo ai nostri ospiti una sua breve biografia.

Notizie tratte dal sito del comune di Cervo
www.cervo.com

lunedì 4 agosto Cremona : Rava Bollani ossia The Third Man



Bollani si è diplomato al conservatorio di Firenze nel 1993 e dopo una breve esperienza pop con Raf e Jovanotti è diventato velocemente uno dei jazzisti italiani più apprezzati da critica e pubblico. Ha collaborato con molti grandi musicisti, come Gato Barbieri, Lee Konitz, Pat Metheny, Michel Portal, Enrico Rava, Paolo Fresu, Richard Galliano, Han Bennink e Phil Woods. La collaborazione più importante e prolifica è quella col suo mentore, il trombettista Enrico Rava. Nel 1998 Bollani vince il premio della rivista Musica Jazz come miglior nuovo talento, premio conferitogli anche dalla rivista giapponese Swing journal (New Star Award) nel 2003, anno in cui la rivista inglese Mojo segnala il suo disco Smat Smat come uno dei migliori dell'anno. Tra gli ultimi lavori I Visionari (2005), in formazione di quintetto, Piano Solo (2006), The Third Man (2007), con il trobettista Rava, e l'ultimo BollaniCarioca (2007) in cui il pianista con alcuni altri musicisti rivisita brani della tradizione brasiliana. Sempre nel 2007 Bollani vince il prestigioso Hans Koller European Jazz Prize come migliore musicista europeo dell'anno 2007.

«Suona solo le note necessarie. Le altre cerca di non suonarle»: questo il consiglio che l'amico João Gilberto dava a Enrico Rava quando erano insieme a New York, negli anni Settanta. Un consiglio difficile da seguire per un uomo dalla personalità prorompente e dalla creatività fertilissima, una scelta irrinunciabile per un artista che voglia distillare pure emozioni nella sua musica. Enrico Rava, uno dei più grandi jazzisti italiani, è entrambe queste cose; e lo racconta nelle pagine del libro che avete fra le mani, frutto di sei anni di conversazioni e interviste con il giornalista e critico musicale Alberto Riva. Alternando vicende personali, incontri eccellenti, giudizi sul proprio lavoro e quello altrui, divagazioni, sfoghi, confessioni e bilanci, la viva voce di questo "poeta della tromba" ci accompagna in un lungo viaggio intorno al mondo (da Torino a New York, da Londra a Buenos Aires alle colline della Liguria, secondo le mille vocazioni di un animo da nomade) che è anche un appassionante viaggio intorno al jazz, ai suoi stili, ai suoi strumenti e ai suoi personaggi. E a fare da colonna sonora, in esclusiva mondiale per i lettori di minimum fax, la prima raccolta antologica dei brani più belli di Enrico Rava, selezionati dall'autore.

Commento :
Ci sono lavori e lavori. A noi della moonlight records quest'anno tocca di ascoltare per l'ennesima volta un concerto del duo bollani - rava ; come disse qualcuno : è un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo !!!!

Bravissimi. Ogni concerto è un'emozione reale. In bocca al lupo a tutti e due.

31 Luglio - Orchestra Baobab Live al Milano Jazzin Festival

Questa sera Africa, Cuba e Europa si incontreranno in un raffinatissimo concerto che Milano avra' l'onore di ospitare. Non potevamo non esserci e quindi ci troverete come al solito all'entrata. Dopo il concerto di Mavis Staples ( straordinario ) ecco un nuovo appuntamento che fa entrare finalmente milano tra le principali capitali europee anche per la musica piu' raffinata e lontana dai tradizionali circuiti commerciali. Complimenti ancora una volta agli organizzatori del Milano Jazzin Festival che hanno dato alla nostra citta' la possibilita' di vivere un mese ad altissimo livello.




Riportiamo di seguito la recensione apparsa su All About Jazz di Enrico Bettinello

Tra le cose più belle successe nella già ricchissima produzione musicale senegalese, il ritorno nel 2002 di un'orchestra importante come l'Orchestra Baobab è stato accolto ovunque con grande entusiasmo, consentendo alla stampa generalista di surfare l'onda lunga del filone “buenavistasocialclub” [le cose sono ben diverse in realtà] e agli appassionati di musica africana di riappropriarsi di una delle formazioni più cosmopolite e interessanti.
Nuovo disco ora, Made in Dakar, forte di un parco voci molto nutrito - ben sei solisti, ma anche un ospite illustre come Youssou N'Dour - dei sassofoni pungenti e dell'inconfondibile chitarra di Barthélemy Attisso: la formula afro-latina è oliata e ormai si configura come un linguaggio, sebbene di sintesi, a se stante, nel quale la varietà delle esperienze dei componenti - la cui provenzienza è varia, da Togo alla Casamance, dal Mali alla Guinea Bissau - gioca una componente fondamentale.

L'mbalax si fonde così con il calypso, l'highlife con la rumba, con dolcezza e una varietà armonica che lascia intravvedere tante sfumature, da una attenzione “internazionale” al suono alla spontaneità delle loro serate in club, il tutto grazie all'ottima produzione di Nick Gold. Nuovo, vecchio, sono concetti che hanno poca rilevanza di fronte alla fluidità e all'emozione che questa musica porta con sé. Che meraviglia!



Elenco dei brani: 01. Pape Ndiaye; 02. Nijaay; 03. Beni Baraale; 04. Ami kita bay; 05. Cabral; 06. Sibam; 07. Aline; 08. Ndéleng Ndéleng; 09. Jirim; 10. Bikowa; 11. Colette.

Musicisti: Balla Sidibe, Rudy Gomis, Ndiouga Dieng, Medoune Diallo, Assane Mboup (voce, percussioni); Barthélemy Attisso, Latfi Benjeloun (chitarre); Issa Cissoko, Thierno Koite (sassofoni); Charlie Ndiaye (basso); Mountaga Koite (percussioni); Youssou Ndour (voce); Ibou Konate (tromba); Sanou Diouf (sax tenore); Baba Nabe (chitarra); Jesus "Aguaje" Ramos (trombone); Thio Mbaye, Assane Thiam (percussioni).

Stile: Etnica

Valutazione: 4 stelle

Data di pubblicazione: 03 March 2008

Dal Corriere Della Sera Di Oggi

Da Dakar al mondo. Pochi gruppi africani hanno alle spalle una storia da romanzo come l'Orchestra Baobab, giovedì 31 sul palco del «Milano Jazzin' Festival». Nome leggendario, la Baobab suonava i ritmi preferiti dal presidente-poeta del Senegal Léopold Sedar Senghor (dopo l'indipendenza dalla Francia, conquistata nel 1960), unendo le sonorità africane e quelle cubane, segno di un'internazionale tropical-socialista fatta di percussioni e chitarre elettriche. Il genere si chiamava «varieté », si ascoltava nel cosmopolita «Baobab club» (da qui il nome della formazione) di Dakar e negli anni 70 era persino esportato a Parigi. Dopo quasi due decenni di successi, l'Orchestra guidata dal chitarrista (e avvocato) Barthelemy Atisso si scioglie nel 1985.
I tempi cambiano e un giovane cantante di nome Youssou N'Dour inventa il 'mbalax con ritmi più aggressivi e apprezzati dai giovani. È il chitarrista Latfi Benjeloum, «portavoce» dell'orchestra, a raccontare il mix che li portò alla popolarità: «A fine anni 60 abbiamo avuto il coraggio di essere eclettici: pezzi afro-cubani, rumba, jazz, qualcosa dal soul, e sorprendevamo con una cover di James Brown. È stato il segreto del nostro successo ».
Dopo 17 anni di oblio, nel 2002 il produttore inglese Nick Gold, che aveva firmato l'operazione Buena Vista Social Club, decide di rilanciare la Baobab (nella foto, il sassofonista Issa Cissoko). Parte la ricerca dei musicisti fra Togo e Senegal e l'Orchestra torna in studio per «Specialists in all Styles», seguito lo scorso anno da «Made in Dakar». Il successo all'estero ha fatto di nuovo innamorare i senegalesi, fieri di un'orchestra che suona ogni composizione come fosse l'inno nazionale. «C'è un brano, "Nijaay"— racconta Benjeloum — con un testo ironico pieno di consigli per donne sposate che molti senegalesi addirittura ricordano a memoria».
In scaletta molto altro: la rumba d'annata di «Aline», il chachacha di «Jirim» e il ritmo che richiama la Giamaica di «Colette». «La nostra musica — continua il chitarrista — faceva impazzire i genitori dei ragazzi che oggi ascoltano l'hip hop: il nostro repertorio rappresenta le loro radici, compresi i legami con le Americhe». In segno di amicizia fra generazioni, Youssou N'Dour a Lione è salito sul palco con i signori della Baobab, tracciando un ponte fra il successo di 35 anni fa e il brillante presente dell'Orchestra.

Martedi 29 : Mavis Staples : Il concerto piu' atteso e noi ci saremo

Molti pensano che il concerto piu' importante dell'estate milanese siano stati i Rem oppure Paul Simon. Senza discreditare nessuno noi siamo sicuri che il nome piu' bello che appare in questa estate sia la strepitosa Mavis Staples. In Lei c'è la parte piu' bella e genuina della musica. Al di fuori degli standard dello show bussiness Mavis incarna lo spirito libero della musica vista come esperienza di qualcosa che sta al di fuori di noi e ci da il coraggio di affrontare la quotidianita' con maggior gioia. La musica di Mavis è ringraziamento, lotta, voglia di cambiare : la musica di Mavis Staples è il Blues dell'uomo.

E' forse il concerto che Moonight Records ha sempre desiderato esserci. Signore e Signori Mavis Staples




Ry Cooder Produces; Backing from Original Freedom Singers, and Ladysmith Black Mambazo.

"Like many in the civil rights movement, The Staple Singers drew on the spirituality and strength of the church to help gain social justice and to try to achieve equal rights," says Mavis. "With this record, I hope to get across the same feeling, the same spirit and the same message as we did then - and to hopefully continue to make positive changes. Things are better but we're not where we need to be and we'll never turn back."

Soul/gospel legend Mavis Staples recently completed work on We'll Never Turn Back, the most personal and polemical album of her career. Set for April 24 release, the album was produced by Ry Cooder, and marks Mavis' debut for Anti- Records.

We'll Never Turn Back combines raw, emotional, contemporized versions of some of the freedom songs that provided the soundtrack to the civil rights movement of the 1950s/60s, along with other traditional songs, and new originals written by Mavis and Ry.

PHOTO (l-r): Ry Cooder, Mavis, Jim Keltner at the studio. © 2006 Susan Titelman; courtesy use.

Soul music authority Rob Bowman ('Soulsville USA: The Story of Stax Records') listened to We'll Never Turn Back and had this to say:

"For over fifty years, Mavis Staples has been a national treasure, working her vocal magic on the highways and byways of gospel, folk and soul music. With both her family group, the Staple Singers, and as a solo artist in her own right she has helped to define much of what is righteous and soulful in American music. In the early 1960s, the Staple Singers began to work with Dr. Martin Luther King singing in support of the Civil Rights movement.

With We'll Never Turn Back, Mavis Staples has come full circle, singing songs that were seminal to a movement and time that helped form her as an artist. Alongside songs that were inextricably part of the Civil Rights movement, many of them associated with the Freedom Singers, Mavis co-wrote the title track with producer and guitarist extraordinaire Ry Cooder, sings a Cooder original, "I'll Be Rested," and opens the CD with a cover of bluesman J.B. Lenoir's "Down in Mississippi," connecting the disc to her own roots down South.

For many artists, such a project would be an exercise in recreating period pieces in much the same way that museums present the past as freeze-frame tableaux. Mavis takes a different path, personalizing the record, ad libbing spoken and sung commentary on several songs, connecting the lyrics to her own life, her family and, perhaps most tellingly, to the very real issues of today. Ry Cooder with the help of his son Joachim, drummer Jim Keltner, bassist Mike Elizondo, many of the original Freedom Singers and South African choir Ladysmith Black Mambazo, creates soundscapes for Mavis' deep-in-the-well, heart felt vocals that redefines much of the material while simultaneously casting it in a rich, vibrant deeply rooted past.

We'll Never Turn Back may have started off as an homage to a period in which everyday citizens exhibited incredible bravery and, in the process, wrought incredible changes to American society. It ended up being a deeply personal account of Mavis' life from childhood days in Mississippi, through the Civil Rights era and on up to her current anger and indignation over the fact that many Americans are still treated as second class citizens. The net result is perhaps her greatest life work and one of the most moving albums this writer has ever heard. If there is any justice, We'll Never Turn Back will inspire many of us to find bravery in our own hearts, conquer the rampant apathy that blankets our society and take action to right the wrongs in our present day society."

Track listing:

1. "Down In Mississippi"
2. "Eyes On The Prize"



3. "We Shall Not Be Moved"
4. "In The Mississippi River"
5. "On My Way"
6. "This Little Light"
7. "99 And A Half"
8. "My Own Eyes"
9. "Turn Me Around"
10. "We'll Never Turn Back"
11. "I'll Be Rested"
12. "Jesus Is On The Main Line"

Ed infine un omaggio all'amico Gino :

24 Luglio - Joan Armatrading - MJF - Milano, Arena Civica

Il 24 Luglio saremo presenti all'arena di Milano in occasione del concerto di Joan Armatrading.



Stasera alle 21.30, all’Arena civica per Milano Jazzin’ Festival, concerto di Joan Armatrading, cantante e autrice anglo-caraibica, nominata per tre volte ai Grammy. Prima artista inglese ad aver debuttato al numero uno nella classifica blues di Billboard e a essere nominata, nella stessa categoria, per la vittoria del Grammy. Joan Armatrading è autrice di brani quali Love and affection, Willow, Drop the pilot and lovers speak, che hanno saputo reggere il passare del tempo. Il suo pop elaborato trae influenza anche dal mondo del reggae, del jazz e del rhythm & blues mentre i suoi testi sono decisamente introspettivi.

Chitarra, voce e una vocazione per il pop d'autore. A 57 anni la cantautrice anglocaraibica Joan Armatrading, personaggio di culto fin dagli anni 70, lancia una nuova fase della sua carriera ritornando a una vecchia passione: il blues. Questa sera a «Milano Jazzin' Festival» la vocalist presenta i brani dell'ultimo disco (uscito l'anno scorso) «Into the Blues», album che dimostra ottime doti chitarristiche e conferma le tonalità calde e intense della sua voce. «Da anni volevo realizzare un progetto dedicato a personaggi come Muddy Waters e B.B. King, finalmente ci sono riuscita, rendendo omaggio ai maestri ma continuando un percorso di ricerca personale».
Non a caso la Armatrading, fin dallo straordinario debutto del 1972 con «Whatever's for Us», ha unito pop, folk e rhythm 'n' blues senza perdere di vista uno stile originale, basato su melodie semplici ma di impatto, e su doti vocali che rimandano a una gamma di suggestioni, dal rock acustico al soul. «Dopo trentacinque anni di carriera ho capito che tutti i cambiamenti, anche quelli a prima vista incomprensibili, come le nuove tendenze del rock, hanno qualcosa di buono. Per questo ho voluto sperimentarmi con generi lontani dal folk pop, come il reggae giamaicano o con versioni del pop più commerciali». Consapevole di aver firmato anche album di qualità altalenante fra gli anni 80 e 90, il disco più recente e i concerti restituiscono una Armatrading in ottima forma, vicina alle stagioni di massimo successo, come quella legata all'album «Me, Myself, I», del 1980, successo di vendite e critica in Inghilterra e negli Stati Uniti.
A fine anni 90 la grande popolarità e l'attenzione dei media tornano per un'occasione speciale, Joan scrive il brano «The Messenger» per il leader sudafricano Nelson Mandela e lo esegue per lui in un concerto privato a Londra nell'aprile del 2000. «Credo che Mandela sia una delle persone più carismatiche del pianeta. A 90 anni resta un esempio per il suo popolo e per chiunque abbia a cuore valori come la libertà e il coraggio delle proprie idee. Resta per me memorabile aver cantato accanto a lui mentre danzava divertito». Per Milano Jazzin' Festival la cantautrice anglo- caraibica si presenta alla guida di un collaudato quartetto con Gary Foote alla batteria, flauto e sax, Spencer Cozens alle tastiere e John Giblin al basso.

JOAN ARMATRADING GROUP Milano Jazzin' Festival. Giovedì 24 luglio. Ore 21.30. Arena Civica «Gianni Brera». Ingr. 16,50 euro.
Fabrizio Guglielmini

23 Luglio 2008 - Paolo Fresu - Uri Caine

Il 23 Luglio avremo il piacere di essere presenti all'Arena di Milano in occasione del concerto di Paolo Fresu e Uri Caine. Il duo presenterà il loro cd del 2006 Things edito dalla Blue Note e di cui Vincenzo Roggero su All About Jazz Italy scrive :


Uno, Paolo Fresu, sta esportando da oltre vent'anni in tutto il mondo la freschezza e la qualità del jazz italiano, è titolare di progetti che esplorano un ampio spettro di interessi non solo musicali, oltre a essere la vulcanica mente del festival di Berchidda, rassegna tra le più originali e apprezzate del panorama jazzistico estivo. L'altro, Uri Caine, è stato uno dei riferimenti della scena downtown newyorchese, si è abbattuto come un ciclone sulle Variazioni Goldberg di Bach, le sinfonie Mahleriane, i Lieder di Schumann, ha flirtato con l'elettronica, il rock e l'Otello di Verdi, ed è una delle menti più aperte e lucide dell'attuale scena musicale.
Cosa può accomunare due personalità così forti, provenienti da due mondi distanti geograficamente e culturalmente, con una visione musicale, sì a 360 gradi, ma dalle coordinate interne significativamente differenti? Una certa sensibilità comune, potremmo dire, ma soprattutto la curiosità di cercare punti d'incontro su nuovi territori di scambio, associata ad una grande predisposizione all'ascolto reciproco.

Dopo anni di incroci e concerti sparsi qua e là per la penisola esce finalmente la prima testimonianza discografica del duo. In Things il dialogo avviene sostanzialmente sul terreno invitante ma infido degli standard, inframmezzati da brevissimi inserti firmati dal duo e da una manciata di brani originali. Chi si aspettava colpi ad effetto, sorprese a go-go, scintille ad ogni nota, mondi visionari o arrangiamenti arditi, rimarrà deluso. Perché Things è giocato sui sussurri e non sulle grida, sulle sfumature piuttosto che sui contrasti, ed eleganza, dolcezza e naturalezza sono le parole d'ordine che governano l'intera incisione. Che è una sorta di collana sonora composta da splendide melodie, perle musicali di assoluta purezza, colte nel loro splendore primitivo, valorizzate nella loro intima essenza, esaltate naturalmente, senza ausilio di additivi o di effetti speciali.

E così l'introduzione con il Fender Rhodes ad un brano di Gershwin o ad un'aria di Monteverdi suona del tutto naturale nel clima generale dell'incisione, il pianismo di Caine mantiene un aplomb di stampo accademico sia nelle cadenze swinganti di “Cheek to Cheek“ che in quelle romantiche di “Fishermen, Strawberries and Devil Crab“, mentre la tromba di Fresu non spreca una sola nota nella sua continua ricerca sull'arte della poesia. Due giganti, qui maestri dell'understatement e sapienti dispensatori di profonde emozioni.


Musicisti: Uri Caine (pianoforte,fender rhodes); Paolo Fresu (tromba,flicorno,effetti).

Stile: Modern Jazz

Valutazione: 4 stelle

Data di pubblicazione: 24 August 2006

Come al solito ci vediamo la.

21 Luglio 2008 - Stefano Bollani all'arena di Milano al MJF



Dopo aver seguito stefano in molte tappe del suo tour nel nord Italia non potevamo certo mancare "a casa nostra". L'appuntamento con tutti voi è quindi in occasione del Milano Jazzin Festival Lunedi 21 Luglio 2008. Come al solito ci troverete all'ingresso sia prima che dopo il festival.

Carioca

Il tempo passa e il mappamondo musicale di Stefano Bollani si arricchisce di nuove terre. Carioca è un lungo viaggio: inizia da lontano e arriva nel cuore di Rio de Janeiro. Dentro il suo zaino immaginario Bollani trasportava passioni antiche. Rovistando a caso: la voce di João Gilberto con il sax di Stan Getz, l’emozione pura di Elis Regina, il pianoforte meditativo e le melodie di Antonio Carlos Jobim. A Jobim, anzi, Bollani aveva già dedicato un intero disco in trio, Falando de Amor. Questa volta però l’obiettivo era andare oltre la Bossa Nova, capire perché il suo sapore era così buono, scoprirne gli ingredienti, le origini, i segreti. Insomma si trattava di andare indietro, verso il Samba e lo Choro, due parole – soprattutto la prima – se non completamente oscure da questa parte dell’oceano, quantomeno fraintese: eppure fondamentali. Il samba e lo choro sono la colonna sonora di Rio de Janeiro: carioca è chi è nato a Rio, come il fiume omonimo, oggi quasi scomparso, che dalla foresta tropicale sfocia nella Baia di Guanabara di fronte alla città. Secondo alcuni lo choro – musica strumentale nata a metà ottocento dall’incontro dei ritmi portati dagli schiavi africani e le polke e i valzer europei già insediatisi a Rio – è il papà del samba: o semmai uno zio molto prossimo. Lo choro lo suonava la gente comune dopo il lavoro: soldati, barbieri, bottegai nelle feste domenicali, nei cortili e sulle verande, e poi nei saloni da ballo. Era una musica per virtuosi, eppure piena di colori, lirismo, fantasia, humor: da subito mi è sembrato il terreno ideale per Bollani. A partire da quel momento l’idea ha cominciato a prendere forma. Il pensiero è andato allora a Zé Nogueira, prestigioso musicista, sassofonista raffinato, perfetto carioca, complice fin da subito di una visione in cui il pianoforte di Bollani diventa la voce per cantare queste canzoni.Lo choro l’abbiamo sempre ascoltato, ma senza saperlo. Per esempio è uno choro quella famosa canzone di Jobim, ‘Falando de amor’, così come ‘La ragazza di Ipanema’ è nient’altro che un samba. Bollani Carioca solleva il sipario su questo spettacolo, e lo fa scegliendo alcuni personaggi straordinari. Il flautista Pixinguinha (1897-1973) è uno dei maestri del genere, di cui Bollani interpreta il fugace ‘Segura ele’; è uno choro la melodia conosciuta in tutto il mondo con il titolo di ‘Tico Tico no Fubà’, firmata dal Zequinha de Abreu (1880-1935). E così pure ‘Doce de Coco’, scritto da un altro leggendario personaggio, Jacob do Bandolim (1918-1969). Nello choro rientra il mondo del valzer, o valsa, come si dice a Rio, ritmo a cui sono affidati i brani più sentimentali, dichiarazioni d’amore e lamenti di saudade: ecco ‘Caprichos do destino’ di Pedro Caetano (1911-1992), commerciante di scarpe e compositore prolifico. Avvertenza, inutile cercare un confine preciso, una linea netta che separi lo choro dal samba, perché non esiste. Esempio è la ‘Valsa brasileira’ di Edu Lobo (1943), con la quale incontriamo un compositore di tutt’altra generazione: insieme al suo coetaneo Chico Buarque (1944), Edu Lobo fa parte dei cosiddetti ‘post-bossanovisti’ e tuttavia, come i loro ‘fratelli maggiori’ della Bossa Nova (esclusi volutamente dal disco), Buarque e Lobo arrivano essenzialmente dal samba. E di Chico Buarque Bollani ha scelto un samba dichiarato, il dolcissimo ‘Samba e amor’. Nel samba detto ‘di radici’ il pianista pesca alcune perle rare: Nelson Cavaquinho (1911-1986), del quale oltre ‘Folhas secas’ (duettata insieme a una delle più belle voci brasiliane, Monica Salmaso) Bollani interpreta ‘Luz Negra’; e poi ‘Ao romper da aurora’ e ‘Choro sim’ di Ismael Silva (1905-1978) e infine uno dei samba emblematici del carnevale di Rio, ‘A voz do morro’ di quel superbo compositore di strada, poeta e bohémien che era Zé Kéti (1921-1999). Suggerito da Zé Renato, l’altra splendida voce invitata nel disco, è invece ‘A hora da razão’, scritto da Batatinha (1924-1997), sambista che da Rio ci porta a Salvador de Bahia. Bollani Carioca è uscito la prima volta nelle edicole per una sola settimana e si è quasi volatilizzato che sia piaciuto così tanto è probabilmente dovuto al calore, la spontaneità, l’allegria e la generosità con cui Bollani è stato accolto dai suoi compagni di avventura. Insieme a Zé hanno fatto la loro comparsa gli altri, Marco Pereira, superbo chitarrista che definisce il suo stile ‘una miscela equilibrata della naturale base di musica brasiliana con la sonorità del classico e il fraseggio del jazz’; il sorridente batterista Jurim Moreira (‘È un piacere suonare con una tale macchina del ritmo, potente e rilassata’ diceva Bollani in sala di incisione); il contrabbassista Jorge Helder (accompagnatore proprio di Chico Buarque, Caetano Veloso e tanti altri) e Armando Marçal, detto ‘Marçalzinho’ perché erede di una celebre famiglia di percussionisti radicata nel cuore antico di Rio de Janeiro. Stefano però non era arrivato a Rio da solo, ma con due grandi jazzisti italiani, Mirko Guerrini e Nico Gori (già del suo gruppo I visionari) i quali hanno partecipato con idee, sassofoni e clarinetti in diversi momenti del disco, soprattutto nell’unico pezzo bollaniano ‘Il domatore di pulci’ (definito da Zé Nogueira uno ‘choro dantesco’: a voi l’ascolto!). Nell’inverno del 2008 dall’incontro carioca è nata una piccola tournée italiana. Il disco che avete tra le mani contiene tre momenti speciali di quei concerti. Il duo con Marco Pereira sul classico samba ‘Na baixa do sapateiro’ di Ary Barroso (1903-1964), e due bis solitari del pianista: ‘Apanhei-te cavaquinho’, uno choro dal sapore tanghistico di Ernesto Nazareth (1863-1934) e ‘Trem das onze’, samba del paulista Adoniran Barbosa (1910-1982), a suo tempo portato al successo anche in Italia da Riccardo Del Turco con il titolo di ‘Figlio unico’ (e da anni presente nello ‘zaino’ di Bollani...). Ah, nota a margine: esattamente come i sambisti scelti per il suo viaggio Carioca (e come tanti jazzisti prima di lui, da Fats Waller a Louis Armstrong), Stefano Bollani inventa, arrangia all’istante, suona meravigliosamente e talvolta canta, e sempre divertendosi un mondo.

Alberto Riva

19 - Luglio - Iseo Jazz Festival 2008 - Giovanni Guidi

Dopo la presentazione del nuovo cd all'Umbria Jazz siamo felici di poter assistere al concerto di Giovanni Guidi con il suo quartetto all'interno di un festival importante quale quello di Iseo.


ISEO JAZZ E LA SUA STORIA


Nella sua formula attuale, Iseo Jazz nasce nel 1993, sulla base della propensione di Iseo ad ospitare concerti jazz e quindi in linea con una tradizione storica consolidata.

Il festival, diretto artisticamente dal musicologo Maurizio Franco e organizzato dall'Associazione Culturale Musica Oggi e dal Lido di Sassabanek, si è orientato da subito alla documentazione della creatività dei musicisti nazionali, coprendo un grave vuoto programmatico e diventando una vera e propria "casa del jazz italiano", un punto di riferimento nazionale con una visibilità internazionale.

Nel corso degli anni il festival ha proposto tematiche sempre nuove, offrendo uno spaccato della scena italiana senza preclusioni generazionali o stilistiche, realizzando nel contempo un gran numero di progetti speciali commissionati per l'occasione. Progetti che, grazie ai risultati artistici ottenuti, hanno in molti casi trovato posto su disco. Tra questi, ricordiamo quelli di Piero Bassini, Enzo Randisi, The Fringe, Riccardo Luppi, Enrico Intra, Franco D'Andrea & Tony Arco Time Percussion, Franco Cerri Guitar Ensemble, mentre un'ampia documentazione delle varie edizioni del festival è consegnata alle compilation realizzate quasi ogni anno con la CDpM Lion di Bergamo, che nel loro insieme formano un eccezionale spaccato della scena italiana contemporanea.

Da alcuni anni il festival di Iseo, che ha sempre avuto nel Lido di Sassabanek e nelle piazze di Iseo i suoi luoghi di elezione, si svolge all'interno di un circuito di comuni del Sebino e della Franciacorta quali Marone, Sarnico, Chiari, Pisogne, che ospitano importanti serate della rassegna.

Dalla sua prima edizione, Iseo Jazz è la sede della consegna del premio Pino Candini del Top Jazz, assegnato al vincitore nella categoria "miglior musicista italiano" del referendum annuale della critica della prestigiosa rivista Musica Jazz (Hachette-Rusconi). Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Gianluigi Trovesi sono i musicisti a cui sinora è stato consegnato il premio titolato alla memoria del direttore della testata scomparso nel 1996. Alla consegna della targa di Musica Jazz, da alcuni anni Iseo Jazz ha affiancato la consegna dei Premi Iseo, assegnati ad un musicista particolarmente significativo per la sua storia artistica, e ad un operatore, studioso o altra personalità che ha contribuito in maniera significativa allo sviluppo del jazz e dei suoi artefici nazionali. Il Premio Iseo è stato sinora assegnato, tra i musicisti, a Gianni Basso, Franco Cerri, Franco D'Andrea, Tiziana Ghiglioni, Enrico Intra, Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, tra gli operatori e le personalità a Giovanni Bonandrini (casa discografica Black Saint-Soul Note), Franco Caroni (Siena Jazz), Adriano Mazzoletti (critico e organizzatore), Luigi Pestalozza (Musica/Realtà) e Walter Veltroni (Sindaco di Roma, promotore della Casa del Jazz).


Per Maggiori Info sul nuovo cd di G. Guidi clicca qui

Brad Meldhau 17 Luglio 2008



Si, lo so, non è bene mettere che si sarà presenti all'avvenimento quando questo c'è gia' stato. Meglio tacere....
Il problema del mancato avviso è stato che fino alle ore 18.00 non sapevamo ancora se ci sarebbe stato dato il permesso. Spiegato questo che senso ha dar conto della presenza....
Perchè il concerto è stato molto bello ed è un vero peccato che molti quotidiani non lo abbiano riportato. Ne è valsa la pena e il numerosissimo pubblico ( sono rimasto allibito anch'io dalla tanta gente ) non è stato deluso !!! Milano ha fame di buon Jazz.
In regalo vi lascio questo splendido video e a presto ai prossimi appuntamenti

Pat Metheny with Gary Burton all'Arena di Milano

Il milano Jazzin Festival sta entrando nel vivo e noi di Moonlight Records non potevamo non esserci . Dopo averlo accompagnato lo scorso anno a Villa Arconati in una fantastica session prima in duo con Brad Meldau e poi in quartetto, quest'anno ritroviamo il chitarrista jazz piu' famoso del mondo in una veste potremmo dire antica.

Noi ci saremo e potrete trovarci all'ingresso dell'Arena. Un occhio di attenzione per Antonio Sanchez che proprio per l'italiana Cam Jazz ha inciso il suo primo disco da solista. ( purtroppo non potremo averlo questa sera in quanto esaurito )

Altro da dire non c'è nulla se non buon divertimento


Buone vibrazioni jazz con Metheny e Burton


Il chitarrista nel «Quartet Revisited» del suo scopritore. Quattro musicisti che hanno fatto la storia del genere al Jazzin' Festival

Non tutti sanno che Pat Metheny, celebre asso della chitarra, ha iniziato a farsi conoscere fra il 1974 e il '77 al fianco del vibrafonista Gary Burton, uno dei più grandi scopritori di talenti di tutta la storia del jazz. Burton ha sempre apprezzato in modo speciale le qualità di Metheny e da anni cercava l'occasione di suonare nuovamente con lui. «Alla fine sono riuscito a riprendere la formazione degli anni Settanta», ha dichiarato pochi mesi fa. «Come allora, al basso elettrico c'è un altro grande musicista, Steve Swallow: con lui suonavo fin dai tempi in cui eravamo la sezione ritmica di Stan Getz, allora ero io il ragazzino sconosciuto...». Nel «Quartet Revisited», che arriva stasera all'Arena, con Pat e Steve si sono succeduti vari batteristi, in particolare Bob Moses e Danny Gottlieb. Alla fine Burton ha fatto una scelta diversa. «Mi sarebbe piaciuto portare in tournée il fantastico Roy Haynes, che era anche lui nel gruppo di Getz e ha suonato spesso con me fra i Sessanta e i Settanta. Ma Roy ha 82 anni: suona ancora con la freschezza di un ragazzino, ma non ha molta voglia di stancarsi in tour». Così, il batterista del quartetto sarà Antonio Sanchez, astro nascente dello strumento, membro da qualche tempo del Pat Metheny Group e scelto dal chitarrista anche per il suo recente e bellissimo disco in trio, «Day Trip». Ma certo la serata all'Arena a molti permetterà di scoprire la finissima arte inventiva di Gary Burton, 65enne proveniente dall'Indiana e da molti anni legato a Boston e alla locale, celeberrima scuola di jazz, il Berklee College. Prima di lui il vibrafono nel jazz era appannaggio della sensibilità neroamericana: Lionel Hampton ne aveva esplorato il lato più selvaggio e danzante, Milt Jackson la percussività severa e angolosa, Bobby Hutcherson l'ascendenza africana. Burton ha saputo estrarne la ricchezza armonica e i colori pastello, rivoluzionando la tecnica grazie all'uso contemporaneo di quattro martelletti (con cui realizza ricchi accordi che richiamano il pianoforte di Bill Evans) e alla sofisticata capacità di realizzare dei glissando, ammirata anche dagli esecutori classici. Un maestro che non cessa di inventare.